THERE WILL BE BLOOD (2007)
- 1 mag
- Tempo di lettura: 3 min
1 Maggio 2026
Francesco De Maria

Apro questo mio articolo affemando che Paul Thomas Anderson (1970) è, oggi, sicuramente uno dei più validi e significativi autori cinematografici Americani, come ho già tentato di dimostrare in alcuni dei miei precedenti scritti su questo Blog, un regista che esordisce giovane, nel 96, già con un'idea forte di Cinema e con una propria visione del mondo.
Diciamo che in quella prima fase di metà e fine anni Novanta (pensiamo appunto a "Magnolia") egli organizza visivamente la materia filmica proprio su coordinate che appaiono Altmaniane (ma egli sa rielaborare e personalizzare la lezione di Robert Altman), caratteristica questa (vale a dire l'ascendenza Altmaniana, ma non solo) che rimane tipica di molto suo cinema.
In "There Will Be Blood" (in Italia distribuito come "Il Petroliere") presentato in anteprima al Fantastic Fest il 27 Settembre 2007la struttura filmica Andersoniana assume un'altra forma, meno "altmaniana", apparentemente più classica, piana, distesa.
Apparentemente, poi, perchè siamo alle prese con un film articolato, complesso e stratificato, ma certo è che quella struttura estremamente corale con molteplici fili narrativi che pian piano si intrecciano (anche solo a livello di senso) in "There Will Be Blood" viene meno.
Il film è vagamente ispirato al romanzo "Oil!" di Upton Sinclair e si concentra sulla vita, sulla fortuna e sul declino di un minatore il quale durante il boom petrolifero Californiano di inizio Novecento trova il petrolio diventando così un magnate, un capitalista affermato.
Tutto questo, però, si badi bene lo raggiunge in maniera spregiudicata: egli è un personaggio torbido, "sporco", avido e spietato.
Ecco, in questo film si può affermare che il regista restringa il campo: concentrandosi su un unico personaggio, il "petroliere" appunto, Daniel Plainview (impersonato da un sempre bravissimo Daniel Day Lewis) attorno al quale ruotano, se così vogliamo dire, gli altri.
Perchè Daniel Plainview funge da simbolo: infatti come è stato scritto spesso nelle più svariate analisi sul film questa è un'opera sul capitalismo e sull'avidità, ecco, io affermo che è un film sul legame indissolubile, inestricabile fra capitalismo ed avidità, e come ho accennato poco sopra il protagonista si fa simbolo sociale, economico, umano e psichico.
Tali piani diversi si compenetrano, si intrecciano, ed ecco perchè il film è così complesso e stratificato, proprio perchè ci restituisce un immagine ramificata, per nulla concessiva e rassicurante del capitalismo e del self made man.
Ora, "There Will Be Blood" è un film diverso da molti altri del regista, come ho chiarito, i legami non sono così stretti con la grande forma Altmaniana, ma sicuramente attraverso tutta quell'operazione di scavo (in un uomo e in questo caso in un simbolo) e di demistificazione il film mostra radici lunghe in tutta una grande tradizione cinematografica della New Hollywood di fine anni Sessanta ed anni Settanta.
Il mito del self made man nel film viene demistificato e destrutturato: Daniel Plainview è di successo perchè avido e spietato, questo il film ci mostra con grande forza.
Il regista ci delinea i tratti di un mondo privo di coordinate morali (con la predicazione religiosa a fare da paravento) vero e proprio campo di forze contrastanti dove solo il più "adatto" (secondo parametri di per sè deviati) sopravvive: il petroliere, appunto, che alla fine del film sembra acquisire istinti quasi cannibalici.
Il capitalismo è una forza distruttiva, per sua natura, o meglio: crea anche, certmente, ma alla fine distrugge ciò che ha creato.
L'istinto alla competizione se così lo possiamo definire che Daniel Plainview ravvede in se stesso è il germe della distruzione, della morte, del nihil.
Ed è innegabile il richiamo del regista ad un classico intramontabile ed imperituro come "Greed" di Erich von Stroheim, del 24, capolavoro visionario, eccessivo, eccedente intriso di hybris creatriva e creatrice e di rigorso naturalismo.
E infatti "There Will Be Blood" è un film che si richiama alla grande tradizione del Cinema muto, che sperimenta sul sonoro (pensiamo alla sequenza iniziale) e che profila i vuoti e i silenzi come "pieni".
Potrei chiudere questo mio articolo affermando dunque che il film è su capitalismo e morte. il capitalismo come estrinsecazione distruttiva di fanatismo.
A rendere grande un film come questo è l'equilibrio perfetto fra alta caratura ericerca stilistica e discorso critico antropologico e sociale.


Commenti