MAGNOLIA (1999)
- Francesco De Maria
- 13 ore fa
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2 Febbraio 2026
Francesco De Maria

Apro questo mio articolo con l'affermare che Paul Thomas Anderson (1970) è sicuramente uno dei registi cinematografici Americani più importanti e significativi comparsi dopo la New Hollywood, anzi, molto dopo la fine di quel grande fenomeno, vale a dire nel corso degli anni Novanta (un po' come Quentin Tarantino), ma se quest'ultimo ci ha abituati ad un Cinema fortemente citazionista e Post-Moderno, Paul Thomas Anderson ha invece, dal canto suo, sempre realizzato un Cinema più nascostamente citazionista, dalla superficie non "Pop", e cosa importantissima di derivazione Altmaniana.
Ma questo non significa sminuire il suo Cinema, poichè Paul Thomas Anderson ha saputo personalizzare ed assimilare del tutto la grande lezione di Robert Altman, realizzando qualcosa di nuovo ma con evidenti radici "Altmaniane".
Mentre il suo film di esordio, del 1996, dialoga con la Grande Forma del Noir, in questo "Magnolia" uscito l'8 Dicembre 1999 il regista mette a punto ed organizza magnificamente l'intera sua poetica: una struttura corale, nella quale le vite dei vari personaggi scorrono senza incrociarsi, ma sono tutte tenute insieme da quello che potrei definire un minimo comun denominatore esistenziale: perchè in questo film Anderson si confronta (forse nella sua maniera compiuta e definitiva) con l'alienazione, la solitudine, il conflitto intra-familiare.
C'è da precisare che alcuni personaggi sono legati direttamente od indirettamente fra loro, e c'è un filo lungo, magari talora indiretto che li lega tutti.
Questa coralitù è senz'altro di tipo Altmaniano, e Paul Thomas Anderson non ne ha fatto mai mistero.
Anche in "Magnolia" l'impiego della Cinepresa è magistrale, creando tessiture visive e spaziali, Perchè anche in questo caso il Cinema di Anderson è un Cinema della Realtà (e come non mi stanco mai di ripetere la nozione di "realtà" è sempre assai problematica in tutte le Arti ed a maggior ragione in un Arte come il Cinema) che trasfigura, però il reale, o meglio: lo penetra visivamente e atraverso quella penetrazione visiva emotivamente e concettualmente.
In "Magnolia" la regia di Anderson e i movimenti della cinepresa scavano, approfondiscono, cercano quell'"oltre" dietro le apparenze, ma non solo: riescono a rebdere manifesto ed "esterno" ciò che è "interno".
Soprattutto i drammi interiori: pensiamo solo al "predicatore" misogino interpretato da Tom Cruise, a come la giornalista nera (una donna, appunto) durante un'intervista sta per smascherare la sua vera identità, il suo passato e di come egli sia cresciuto in un contesto familiare disfunzionale, arrivando ad odiare suo padre.
Drammi, conflitti, che sono sì privati, personali, ma affiancati ed interrelati ad altre storie della San Fernando Valley vanno così a comporre un quadro organico di una umanità, di una società, composta sempre di più di disagio, alienazione e solitudine.
La struttura corale in Anderson non è quindi solo un vezzo stilistico, una posa cinefila e citazionista, ma diventa parte integrante, motore, anzi, della sua stessa poetica cinematografica.
In "Magnolia", tra l'altro, quella realtà sembra davvero sull'orlo di un apocalisse, se solo pensiamo alla inquietante scena della pioggia delle rane.
Io credo che "Magnolia" debba sicuramente molto al Cinema di Robert Altman ma soprattutto ad un suo film come "Short Cuts", del 1993.
In "Magnolia" il regista opera anche una dissezione impietosa di alcuni miti della società americana legati al successo od all'esibizione di sè (e si ritorna al personaggio di Tom Cruise, anche in questo caso).
Questo, a mio avviso non è un film "tragico" nel senso pieno e manifesto del termine, ma sicuramente è un film che si confronta con i drammi umani e con la tragedia esistenziale, e io credo che davvero non sia casuale l'apprezzamento entusiastico di un regista come Ingmar Bergman nei confronti di "Magnolia" che egli definì non solo un grande film, ma anche il film-simbolo della grandezza del Cinema Americano.
Sia i personaggi maschili che quelli femminili sono in crisi, nel film, ma certo è che quelli maschili il più delle volte vivono una crisi anche legata alla idea di "virilità" stereotipata, alla crisi del loro ruolo e quindi ad una crisi di identità: tramonta un certo modello maschile.
Penso, dunque, di avere messo a punto quelle che per me sono le coordinate maggiori del film, coordinate che lo rendono un film bello ed importante.


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