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LONTANO DAL PARADISO (2002)

  • 11 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

11 Marzo 2026


Francesco De Maria


Un autore cinematografico poco citato eppure meritevole e degno di nota è Todd Haynes (1961) il quale ha sempre realizzato, nel corso della sua carriera, un Cinema appartato, irregolare attento al sommerso ed al marginale.

Forse una delle migliori opere della sua filmografia è proprio questo "Lontano dal Paradiso" presentato in anteprima al festival di Venezia il 2 Settembre 2002, che vede protagonisti Julianne Moore (la moglie) e Dennis Quaid (il marito).

La trama del film è piuttosto semplice; e si concentra sull'esistenza suburbana della coppia, appunto, lei scopre che il marito è un omosessuale represso, il suo equilibrio va in crisi, e si innamora del giardiniere Afro-Americano.

Importantissima l'epoca di ambientazione del film, vale a dire il 1957 e il luogo: le aree subirbane del Connecticut. Ci risiamo: i suburbia, gli anni Cinquanta. Nella cultura Americana questi due elementi (ancor più se intrecciati fra loro) evocano conformismo repressivo, ed infatti di questo si tratta nel film di Haynes di una standardizzazione (tipica dell'era Eisenhower) che soffoca l'individualità, reprime, "castra".

In questo caso entrambi sono nascostamente degli emarginati, lei in modo sottile ma pervasivo perchè donna (la quale doveva rispondere semplicemente agli standard della casalinga, madre di famiglia e angelo del focolare) lui perchè omosessuale "nascosto" e represso.

Ed è innegabile e doveroso citare il Melodramma Sirkiano come fonte originaria e primigenia di questo film: Haynes incorpora, letteralmente, sotto il profilo cromatico, luministico, scenografico il Cinema di Sirk di metà anni Cinquanta, slatentizzando la già sua forte (seppure parzialmente nascosta) carica critica ed eversiva.

Io concepisco "Lontano dal Paradiso", infatti, come una sorta di psicanalizzazione della grande forma cinematografica Sirkiana, mostrandone con maggiore evidenza tutto il rimosso ribollente.

Come spesso è stato evidenziato (del tutto correttamente) la relazione fra Julianne Moore e il giardiniere Afro-Americano richiama in maniera diretta la relazione sentimentale fra Jane Wyman e Rock Hudson nel bellissimo "All That Heaven Allows", del 1955, così come la relazione fra Julianne Moore e la domestica di colore rimanda al rapporto fra Lana Turner e Viola Davis (nome del personaggio) in "Imitation of Life" del 1959.

Gli stessi movimenti di macchina, spesso, la stessa scelta delle inquadrature richiama il Melodramma di Sirk, ma il film non si presenta come ho precisato sopra solo come operazione cinefila e "calligrafica"; c'è un tentativo, del tutto riuscito, di rielaborazione della grande Forma Sirkiana.

Questo humus cinematografico ed estetico è terreno fertile per il discorso che il regista mostra di voler portare avanti: un discorso sociale, politico se vogliamo, ed esistenziale sul razzismo, sull'omofobia, sul maschilismo, sul patriarcato e soprattutto sulla repressione (sociale, sessuale, emotiva, psichica).

Questo discorso (ovviamente in modi diversi) era portato avanti (in parte) da uno scrittore come John Cheever egli stesso descrittore analitico e profondo della vita suburbana, così come da una serie tv come "Mad Men" (ma in questo caso "protagonisti" saranno gli anni Sessanta).

Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un'opera che non solo scava, ma che ci restituisce l'Immagine dell'Oltre, ci restituisce un immagine obliqua ed eccentrica ( e proprio perciò autenticamente "realistica" contro ogni nozione facile e immediata di "realismo") del reale, mostrandone tutte le crepe, le fessure esistenziali, le irregolarità, il rimosso.

La coppia volente o nolente sfida le convenzioni sociali, la donna sicuramente più dell'uomo poichè è agente attivo: fuoriesce dal proprio ruolo, getta via la maschera sociale che la vuole unicamente brava moglie, vive una relazione con un uomo di colore.

Anche se solo implicitamente è lo stesso Logos patriarcale e "bianco" che viene messo in discussione, e comunque sia la moglie che il marito si trovano a dover fronteggiare un ordine sociale repressivo e soffocante.

Tutte queste caratteristiche, per me fondamentali, vanno a comporre l'immagine di un'pera cinematografica non solo fortemente articolata, complessa, stratificata ma anche di un film profondamente inquieto, irregolare, ed autenticamente eversivo.

Tale carattere eversivo lo si nota appunto nella rilettura coraggiosa (e che io ho definito "slatentizzante") del Melodramma Sirkiano così come nell'affrontare di petto questioni scottanti e alla radice il nucleo stesso della repressione e dell'oppressione sociali.





 
 
 

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