LO ZIO BOONMEE CHE SI RICORDA LE VITE PRECEDENTI (2010)
22 Maggio 2026
Francesco De Maria

Con questo articolo ritorno al cinema del mio amatissimo Apichatpong Weerasethakul (1970) e nello specifico andrò a trattare del suo "Lo Zio Boonmee Che Si Ricorda Le Vite Precedenti", presentato in anteprima al Festival di Cannes il 21 Maggio 2010.
In questa opera il regista Thailandese prsegue il suo discorso "fantastico", "leggendario" e "mitologico", attingendo di nuovo a piene mani da quel serbatoio ricchissimo che è la parte nord-orientale della Thailandia, la terra del regista stesso, vale a dire l'Isan.
Il film si concentra sugli ultimi giorni di vita di Boonmee affetto da una grave malattia renale, e del suo esplorare le vite passate, ma non solo, anche del suo dialogo con gli spiriti dei morti a cominciare da quello della moglie e del figlio che è tornato in forma non umana, bensì teriomorfica (molti spiriti dei defunti, infatti, nel film si aggirano per la jungla in forma di scimmie pelose).
Ecco, primo punto: ritorna la jungla, ed ovviamente non è un caso. Perchè la jungla, come ho tentato di mostrare anche nei miei due articoli precedenti sui film del regista è nel suo cinema il luogo, lo spazio del mito e della leggenda, ma non semplicemente narrati, ma realizzati, resi effettivi, possibili, evidenti.
La jungla in tutto il cinema di Weerasethakul (anzi, in misura minore nel suo primo film del 2002, come ho tentato di dimostrare) e poi in maniera sempre più accentuata (e questo infatti lo si vedeva già bene in "Tropical Malady" del 2004) diventato spazio psichico, emotivo, liminale, vero e proprio punto di passaggio, dimensione soglia, fra il visibile e l'invisibile, fra mondi mentali diversi, fra dimensioni parallele.
La jungla anche in questo film slatentizza il latente, tra l'altro, materializza desideri, pulsioni, materializza la dimensione inconscia oltre a rendere visibile l'invisibile.
Nel film vi è continuità, vi sono legami indissolubili fra le dimensioni: e questo lo si vede bene proprio nel dialogo costante fra i vivi e i morti, fra la Vita e la Morte.
In questo film poi, Weerasethakul esplora proprio il tema della reincarnazione, tant'è vero che lo stesso titolo del film mostra bene questo aspetto: in questo film più che mai e più in generale in tutto il suo cinema i rimandi al Buddhismo sono continui ed imprenscindibili se si vuole cogliere il sostrato del film.
Ma nel film vi è un altro aspetto importante, vale a dire che attraverso questo dialogo interdimensionale, se vogliamo chiamarlo così, Boonmee opera anche una rivisitazione della propria esistenza, interrogandosi sul significato stesso della propria malattia.
Infatti in quest'opera scorre sottotraccia una profonda riflessione non solo metafisica, ma anche più strettamente filosofica ed esistenziale.
E non solo: perchè in un paio di sequenze del film vi sono accenni anche alla storia politica tormentata dell'Isan, ai suoi feroci scontri ideologici, alla repressione militare.
E giustamente è stato già evidenziato di come il film tratti del tema dell'estinzione, più in generale.
Ma la morte nel film e nella visione di Weerasethakul non esiete come pura e semplice estinzione fisica, come fine di tutto, certo esiste la Morte come dimensione dell'Oltre, misteriosa, eppure intimamente intrecciata alla Vita.
Tutto si intreccia nel film, tutto corrisponde, tutto dialoga. Nonostante l'irruzione del Trauma Politico e Sociale.
Lo stesso confine netto, invalicabile fra uomo e animale non esiste, se solo pensiamo che gli spiriti dei morti (pensiamo appunto allo spirito del figlio che vaga per la jungla e che ad un certo punto si avvicina di notte al padre, seduto in veranda in compagnia degli altri) assumono un aspetto da animale, anche questo è un aspetto che già nel film del 2004 (pensiamo allo Sciamano Tigre Khmer) era presente ma che in questo film del 2010 assume un significato ancora più importante, sotto il profilo esistenziale-metafisico, però.
Direi che in definitiva più che un film sull'estizione è un film sulla trasformazione, su quello che lo stesso regista ha definito "ibridazione", perchè nel suo cinema non esistono confini veri e propri non esistono limiti rigidi ed invalicabili, ma tutto si trasforma, si unisce, si "ibrida", appunto.
In questo senso il film rappresenta davvero uno dei risultati di punta del grande autore cinematografico Thailandese.


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