FARGO (1996)
- Francesco De Maria
- 2 gen
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2 Gennaio 2026
Francesco De Maria

"Fargo" uscito l'8 Marzo 1996 continua a rimanere, a mio avviso, uno dei conseguimenti cinematografici ed estetici più alti dei fratelli Joel (1954) ed Ethan Coen (1957).
Il loro è daveero un cinema unico, personalissimo, dalla fisionomia estetica inconfondibile, un cinema che riunisce in sè i parametri del Postmoderno ma che li personalizza fortemente.
Vi è senz'altro, nella loro filmografia, una tendenza pulp, eccessiva, anche violenta ma che si combina in modo geniale con una sorta di dark humor, tutto viene "frullato" insieme andnando a comporre opere cinematografiche non solo personali ma anche fortemente meta-cinematogafiche, riflessive, di maniera (ma nel sesno migliore del termine Postmoderno, appunto). Il Postmoderno ci ha abituati a confrontarci (in maniera critica e riflessiva appunto, almeno se ci si riferisce ai casi migliori) con gli steerotipi.
In un film come "Fargo" gli stereotipi vengono continuamente rovesciati, svuotati di senso, cercando di restituire allo spettaore un'immagine fortemente critica, polemica, addirittura sconsolata delle relazioni umane all'interno di una società capitalista avanzata.
Perchè "Fargo" non ci parla solo dell'America, ma anche della civilità occidentale più in generale; di alienazione e reificazione. La vicenda narrata nel film (ispirata ad un fatto realmente accaduto) ci mostra un responsabile delle vendite di una concessionaria automobilistica simulare, con la complicità di due sicari, il rapimento della moglie così da potre estorcere denaro al suocero. Una poliziotta (in stato interessante, quindi apparentemente vulnerabile) indagherà, riuscendo a venire acapo dell'apparente dilemma.
Nel ruolo dell'agente di polizia vi è una sempre brava Frances McDormand (volto iconici del cinema dei fratelli Coen) il responsabile delle vendite è William Macy, a proprio agio nelle parti di un uomo insicuro e un po' vile, mentre uno dei due sicari è interpretato da Steve Buscemi.
Fargo, appunto: il nome di una città del North Dakota, tutto il film è ambienttao fra il Minnesota ed il North Dakota, appunto, i cognomi dei personaggi sono praticamente tutti Scandinavi come a voler evidenziare lo specifico tratto etnico di quella parte del Midwest.
I fratelli Coen, attraverso il loro cinema hanno esplorato l'America, in lungo e in largo, cercando di mostrare anche le varie specificità culturali eterritoriali che compongono il grande e sterminato mosaico USA.
Il gelo del Midwest è correlativo oggettivo, manifestazione visibile ed evidente del gelo relazionale, ma non solo: del comportamente cinico e gelidamente calcolatore di molti dei personaggi del film, i quali ricercano con avidità solo il proprio tornaconto economico.
E questo lo si vede bene sia se consideriamo il personaggio inteprprettao da William Macy, che specularmente dal suocero (il quale preferisce farsi ammazzare invece di pagrae il riscatto, o comunque pone molte resistenze), ma non solo: gli stessi sicari sono die individui squallidi, che hanno perso del tutto l'eventuale aura mitica del fuorilegge.
Non solo il gelo permea l'intera vicenda, ma il vuoto: un vuoto esistenziale che si manifesta pienamente in molti dei dialoghi, stanchi, banali, ripetitivi.
Unico personaggio veramente positivo è l'agente di polizia Marge, appunto, donna che vive una condizione di maggiore fragilità, essendo incinta, ma al cintempo forte e determinata, la quale cerca di rimettere in ordine il caos, anche simbolicamente.
Il fatto che sia incinta a mio avviso è molto significativo: ella sta per creare Vita circondata da un ambiente che ctrea solo morte.
Forse questa contrapposizione simbolica e fisica al contempo, non è sttaa evidenziata, o almeno non abbastanza, eppure secondo me è presente, e con forza.
Quel biancore assoluto della neve, quel bianco accecante, quei paesaggi innveati sembrano elevare il male quotidiano e banale dell'avidità a male assoluto, Marge si confronta, forse senza saperlo con una dimensione del Male che si fa quasi metafisica.
Ella cerca di nuovo un senso all'Esistenza. E credo fermamente che, magari un po' sottotraccia, in "Fargo" sia presente anche una forte critica sociale (ma questo è abbastanza scontato ed evidente) ma una critica sociale specifica, indirizzata chiaramente (se solo lo vogliamo vedere) alle dianmiche capitalistiche della società: che alienano, e che tutto reificano.
Il vuoto fa da padrone: l'avidità spasmodica crea un vuoto, ma las tessa avidità è conseguenza di un vuoto interiore. Il film , in questo senso rimane una disamina ferocemente pessimista dell'alienazione dell'uomo occidentale.


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